Camelot, la patria della cavalleria

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Mordred Inlè 20-09-2009 14.27.18

L'articolo 345 del Codice del Buon Senso
 
Avvertenze: Anacronismi a volontà. Ah, e slash. Assurdità e parodia.

L'articolo 345 del Codice del Buon Senso
... e se non mi sposerai ti trascinerò in tribunale!


Culhwch guardò la propria sposa che ricamava.
Olwen era bellissima, con lunghi capelli dorati e occhi chiari. Una vera dama e principessa.
Ogni giorno Culhwch pregava per Artù, Kai, Bedivere, Gawain e gli altri cavalieri che lo avevano aiutato a conquistare la bella Olwen solo due mesi prima.
Olwen era figlia di un terribile e crudele tiranno, Ysbaddaden Pencawr, che la teneva legata a sé, gelosamente, quasi come un marito. A ogni uomo che si presentava a chiedere la mano di Olwen, il tiranno proponeva delle prove impossibili e sicuramente mortali.
Senza l'aiuto dei cavalieri della Tavola Rotonda non ce l'avrebbe mai fatta.
Sconfiggere il gigante vedetta e cacciare l'orso Twrch Trwyth. E la più difficile di tutte, liberare dalla torre l'introvabile Mabon figlio di Modron, parente di Ysbaddaden Pencawr.
Ma infine, Culhwch ce l'aveva fatta anche se, per liberare la sua dolce Olwen, aveva dovuto uccidere il possessivo Ysbaddaden Pencawr che, al contrario dei loro patti, si era rifiutato di lasciare Olwen.
Culhwch stava pensando tutto ciò, beandosi della bellezza della moglie, nel momento in cui qualcuno bussò alla porta dell'ampia e lussuosa stanza.
Era Lynesse, una delle dame di Olwen.
"Ditemi, Lynesse, perché ci disturbate?"
"Mio signore, mia signora," Lynesse si inchinò a entrambi, "è appena giunto un importante messaggero che reca questa missiva per voi."
"Leggimela, dunque," le ordinò il principe Culhwch.
Lynesse sembrò incerta e turbata ma annuì ed eseguì. Aprì la lettera, che non aveva alcun particolare sigillo.
"Caro sir Culhwch, cugino del re e principe voi stesso,
vi scrivo per informarvi che ben presto i miei avvocati verranno da voi per trascinarvi in tribunale, maledetto bastardo." qui Lynesse tentò di dissimulare la parola con un piccolo colpo di tosse. "Ho tutta l'intenzione di spillarvi fino all'ultimo centesimo.
Con affetto, Mabon figlio di Modron."
"Con affetto?" esclamò Olwen, sorpresa.
"Deve essere impazzito," sussurrò Culhwch, correndo a prendere lui stesso la missiva per rileggerla e congedando la giovane dama di compagnia della moglie.
"Non capisco," disse quando l'ebbe riletta altre due volte, "non capisco che cosa voglia da me."
La povera Olwen dovette sopportarsi i dubbi e le incertezze del principe Culhwich per un'altra settimana prima che, finalmente, la sitazione si chiarificasse almeno un poco. Infatti, esattamente una settimana dopo, giunse al loro palazzo un piccolo drappello di soldati di una guardia principesca.
Fra i soldati vi era anche Mabon, vestito di giallo e bianco, impettito e assolutamente indignato.
Olwen e Culhwich ricevettero Mabon e il seguito con tutta la dignità possibile.
"Mabon, è un piacere rivedervi, ci siete molto mancato."
"Vedo che vi siete dunque sposati," notò Mabon, con la sua voce roca dovuta alla lunga prigionia che aveva subito nella torre e durante la quale aveva urlato o taciuto.
"Un felice matrimonio, messere," esclamò Olwen, gioiosamente.
"Buon per voi. Posso presentarvi Mordred e Agravaine? Nipoti di re Artù," continuò Mabon, facendo cenno a due uomini poco dietro di lui di raggiungerlo davanti al trono di Culhwich.
Mordred era giovane, non doveva avere più di vent'anni. Aveva capelli scuri come quelli di Artù e gli occhi dall'aria astuta. Agravaine, suo fratello, era poco più basso di lui e i lineamente squadrati ricordavano il duto volto della regina Morgause delle Orcadi.
"E' un piacere conoscervi, miei parenti."
"Ne siamo felicissimi," rispose Mordred, con voce suadente, "sarà un piacere conoscerci meglio nei prossimi giorni. Il nostro cliente, il qui presente Mabon, ha tutte le intenzioni di farvi causa per delle gravi mancanze nei codici della cavalleria e delle regole del Buon Senso."
Olwen aprì la bocca, stupita, indecisa se ridere o arrabbiarsi per l'affronto fatto al marito.
"Mabon! Volete farmi causa?" domandò confuso il povero Culhwich, ignorando Mordred e rivolgendosi direttamente a Mabon.
"Il nostro cliente vi aspetterà domani mattina nella sala Grande del Castello per discutere con i vostri avvocati," rispose questa volta Agravaine, sorridendo.
"Con permesso!" salutò quindi Mabon, uscendo dalla stanza seguito dai suoi due avvocati delle Orcadi.
Sotto consiglio di Olwen, Culhwich decise di trovarsi un avvocato e ingaggiò Gahalantine, uno dei cugini di Lancillotto e Cavaliere della Tavola Rotonda. Gahalantine aveva fama di un anime buono e nobile, nonché tremendamente giusto, non c'era sicuramente una scelta migliore.
La mattina successiva, non senza una certa inquietudine, Culhwch, Gahalantine e Olwen raggiunsero la Sala Grande che, per l'occasione, era stata spogliata di tutti i suppelletili e addobbata con una sola tavola lunghissima.
I due padroni del castello, più il loro giusto avvocato, si sedettero da un lato e non dovettero aspettare molto che qualche minuto dopo giunse anche Mabon, vestito d'oro e nero, come un principe, seguito dai suoi due avvocati vestiti anch'essi di nero.
"Bene, possiamo iniziare," esclamò Mabon, dopo qualche secondo di sguardi intimidatori.
"Certo," rispose Gahalantine, spostando incerto lo sguardo verso Mordred e Agravaine. Non era certo la prima volta che incontrava Mordred, e questo Culhwch lo sapeva anche se non sapeva in quali condizioni o circostanze il giovane cugino di Lancillotto avesse incontrato il cavaliere delle Orcadi.
Mordred sorrise e Culhwch quasi giurò che fosse un sorriso suadente e seduttorio.
"Ora, caro Mabon, come sapete vi sono sempre stato amico. Perché siamo qui?"
"Perché non mi avete sposato."
Olwen strabuzzò gli occhi e quasi si soffocò con la sua stessa saliva. Gahalantine inarcò le sopracciglia, interessato e Culhwch non si fermò nemmeno a riflettere ed esclamò: "Siete pazzo? Siete un uomo e anch'io! Perché poi avrei dovuto sposarvi?"
Agravaine si schiarì la vode e si chinò a prendere dei fogli da una bisaccia appoggiata a terra. "E'chiaro," iniziò, "che siete del tutto inconsapevole del vostro misfatto. Bene, lasciate che il vostro avvocato legga queste."
Il giovane Agravaine appoggiò le carte sul tavolo e Gahalantine le prese.
"Cosa sono?"
"Il codice del Buon Senso dei Cavalieri."
"ohh," osservò con ammirazione la bella Olwen.
Agravaine si schiarì di nuovo la voce. Mordred gli passò una caramellina.
"Bene, bene, sir Gahalantine, leggete l'articolo 435, prego," continuò Agravaine.
"Non è possibile avere come stendardo o stemma l'immagine di un paguro viola."
"No, no, scusatemi, intendevo l'articolo 345."
"Dopo aver liberato qualcuno dalla prigionia in una torre, il cavaliere, a meno che non sia già sposato o promesso sposo, sarà costretto a sposare quel qualcuno," lesse Gahalantine.
"Visto?" esclamò Mabon, trionfante.
"Per aver visto abbiamo visto," rispose Olwen, dubbiosa.
"Lasciate fare a me, mia signora," la interruppe Gahalantine, con garbo. "Miei cari signori, posso chiaramente vedere che l'articolo è cristallino ma Culhwch era promesso a Olwen."
"Gahalantin, sir, vi sbagliate. Culhwich aveva detto ad Olwen che l'avrebbe sposata ma non c'era alcun contratto matrimoniale," replicò Mordred, sorridendo.
Gahalantine aprì la bocca per aggiungere delle motivazioni, per ribattere ed era già pronto con delle perfette discussioni sull'origine del matrimonio quando, improvvisamente, arrossì.
Il giovane nipote di Artù, decidendo che in quel castello vi era davvero troppo caldo, si slacciò i primi due lacci della propria tunica.
Gahalantine deglutì a vuoto.
Il sorriso di Mordred si allargò ancora di più.
"Sir Gahalantine, volete aggiungere qualcosa?" domandò Mordred, prima di mordicchiarsi il labbro inferiore, un tic che probabilmente aveva ereditato dalla madre.
"No- n-no, nulla, assolutamente nulla, sir Mordred."
"Davvero?" continuò l'altro cavaliere, stiracchiandosi languidamente e inclinando leggermente il collo.
"Sir Mordred!" esclamò Culhwch, allibito, "cosa state facendo?"
"Vuole corrompere il nostro avvocato," spiegò Olwen, tranquillamente.
"Ignobile," tossicchiò Gahalantine, senza molta convinzione.
"Non avete altre repliche?" si intromise Mabon.
Gahalantine non aveva altre repliche, effettivamente, o era troppo distratto per trovarne. Olwen portò gli occhi al cielo e Culhwch provò, goffamente, a farsi da solo da avvocato, difendosi come poteva.
"Molto bene," lo interruppe Mabon, stanco dei suoi balbettii, "poiché qui l'offeso sono io esigo di essere ripagato. Dovrete sposarmi."
"No!" esclamarono Olwen e Culhwch, contemporaneamente.
"Sono offeso," borbottò Mabon, prima di accontentarsi di un risarcimento in denaro.


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